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Contenzione fisica controllata nelle attività di polizia: un modello operativo per ridurre rischio e responsabilità

3 AGOSTO 2026

La contenzione fisica costituisce uno dei momenti più complessi dell’attività di polizia. L’operatore è chiamato a controllare una situazione potenzialmente pericolosa, tutelando nello stesso tempo la sicurezza delle persone coinvolte, l’integrità psicofisica del soggetto e la legittimità dell’intervento.

A questo ambito è dedicato il volume “La contenzione fisica controllata nelle attività di polizia. Gestione del rischio operativo, responsabilità giuridica e protocolli d’intervento – Il Modello PDP”, di Cristiano Curti Giardina ed Emanuele Capasso, pubblicato nella collana “Fare il Punto” da Maggioli Editore nel luglio 2026.
 
Un approccio multidisciplinare agli interventi coercitivi
 
Il testo affronta gli eventi critici che possono verificarsi durante un fermo, un arresto o un’altra operazione coercitiva, quando la necessità di controllare il soggetto si accompagna al rischio di lesioni gravi o di un improvviso deterioramento delle condizioni vitali.
 
Si tratta di situazioni nelle quali convergono diritto penale, medicina legale, formazione professionale, organizzazione dei servizi e tutela dei diritti fondamentali. La legittimità iniziale dell’uso della forza, infatti, non esaurisce gli obblighi dell’operatore e dell’amministrazione: le modalità concrete devono rimanere proporzionate, controllate e continuamente adattate all’evoluzione dello scenario.
 
Il volume muove dalla consapevolezza che la contenzione sia una condizione operativa ad alto rischio. L’asimmetria di potere tra autorità pubblica e persona sottoposta a restrizione richiede standard elevati di diligenza, capacità di osservazione, coordinamento e monitoraggio.
 
La finalità non è soltanto prevenire conseguenze lesive per il soggetto controllato. Procedure più chiare e scientificamente fondate contribuiscono anche a rafforzare la sicurezza giuridica degli operatori, rendendo verificabili le decisioni assunte nelle diverse fasi dell’intervento.
 
Dalla responsabilità individuale a quella organizzativa
 
L’analisi giuridica proposta dagli autori non si limita alla condotta del singolo agente. Il rischio connesso agli interventi coercitivi coinvolge più livelli di responsabilità: penale individuale, dirigenziale, organizzativa e, nei casi più gravi, internazionale dello Stato.
 
La giurisprudenza nazionale e sovranazionale ha progressivamente consolidato il principio secondo cui lo Stato non deve soltanto astenersi da condotte illegittimamente lesive della vita e dell’integrità personale. Deve anche predisporre un apparato normativo, formativo, logistico e operativo adeguato a prevenire gli eventi critici ragionevolmente evitabili.
 
Il riferimento è, in particolare, all’articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e agli obblighi positivi di protezione elaborati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.
 
In questa prospettiva, l’assenza di protocolli aggiornati, la carenza di formazione sul riconoscimento dei segnali clinici, la mancanza di procedure di escalation sanitaria o di strumenti di supporto decisionale non rappresentano semplici lacune tecniche. Possono assumere rilievo nella valutazione della responsabilità dell’organizzazione e dei suoi livelli direttivi.
 
Il testo propone quindi un passaggio dalla gestione affidata prevalentemente all’esperienza personale a un sistema nel quale l’operatore possa contare su regole operative codificate, formazione continua e criteri condivisi di valutazione del rischio.
 
Il superamento del paradigma dell’asfissia posturale
 
Una parte centrale del volume riguarda la ricostruzione medico-legale degli eventi avversi verificatisi durante o dopo una contenzione.
 
Per lungo tempo, la spiegazione è stata ricondotta soprattutto al paradigma dell’“asfissia posturale”, basato sul rapporto tra posizione forzata del corpo, compressione toraco-addominale e limitazione della respirazione. Le casistiche internazionali e l’evoluzione delle conoscenze fisiopatologiche hanno però mostrato i limiti di una lettura fondata su una causa unica.
 
Gli autori illustrano il modello patofisiologico bifasico elaborato da Tyr e altri nel 2025, che interpreta il collasso come l’esito di un processo progressivo e multifattoriale.
 
La prima fase, definita “priming phase”, è caratterizzata dalla crescente vulnerabilità fisiologica del soggetto. Agitazione psicomotoria, stress estremo, iperattivazione adrenergica, sforzo muscolare prolungato, acidosi metabolica, ipossia relativa, ipertermia e possibile assunzione di sostanze possono concorrere a compromettere l’equilibrio dell’organismo.
 
In questa fase il soggetto conserva ancora capacità di compensazione, ma si trova in una condizione di elevata instabilità.
 
Uno stimolo ulteriore, anche apparentemente modesto, può determinare il passaggio alla “tipping phase”, nella quale si verifica il rapido scompenso delle funzioni vitali.
 
La contenzione non viene quindi analizzata come un episodio statico, ma come un processo dinamico che richiede osservazione e rivalutazione continue.
 
I segnali che possono anticipare il collasso
 
Il modello bifasico assume una funzione concreta per gli operatori perché individua segni esteriori che possono precedere il deterioramento.
 
Tra questi rientrano le alterazioni della frequenza e della profondità respiratoria, la difficoltà a parlare, la cianosi, la perdita di coscienza, la rigidità improvvisa e la cessazione repentina dell’agitazione.
 
Quest’ultimo elemento può risultare particolarmente insidioso. La conclusione improvvisa della resistenza potrebbe essere interpretata come il ritorno alla calma, mentre può rappresentare un segnale di grave compromissione fisiologica.
 
Il volume sottolinea come tali manifestazioni possano essere riconosciute anche da personale non sanitario, a condizione che sia adeguatamente formato. Da questa capacità dipendono decisioni operative decisive: modificare la posizione del soggetto, ridurre la compressione, interrompere determinate manovre, attivare il soccorso sanitario e iniziare il monitoraggio delle funzioni vitali.
 
Le nuove acquisizioni incidono anche sulla valutazione giuridica della prevedibilità e dell’evitabilità dell’evento. Se il processo patologico produce segnali riconoscibili, assumono maggiore peso le eventuali omissioni relative al controllo clinico, all’adeguamento della contenzione o alla tempestività dei soccorsi.
 
Il Modello PDP: Pre, Durante e Post intervento
 
La proposta operativa del volume è rappresentata dal Modello PDP – Pre, Durante, Post, che organizza l’intervento coercitivo in tre fasi collegate.
 
La fase “Pre” riguarda la valutazione iniziale. Prima di procedere, per quanto consentito dalla situazione, è necessario raccogliere gli elementi disponibili sul soggetto, osservarne lo stato psicofisico, individuare eventuali fattori di rischio e definire il livello di pericolosità.
 
La fase “Durante” comprende l’esecuzione e il controllo della contenzione. L’obiettivo è applicare tecniche proporzionate, limitare la durata dell’immobilizzazione, coordinare gli operatori e mantenere una sorveglianza costante sulle condizioni del soggetto.
 
La fase “Post” riguarda ciò che avviene dopo il controllo fisico. La cessazione della resistenza non conclude automaticamente il rischio. Occorre verificare respirazione, coscienza, postura, capacità di comunicare e presenza di segni di sofferenza, attivando l’assistenza sanitaria quando necessario.
 
La metodologia permette di standardizzare il percorso decisionale, ridurre la variabilità delle condotte e documentare le valutazioni effettuate. Questo può assumere rilievo sia nella prevenzione degli eventi avversi sia nell’eventuale ricostruzione giudiziaria dell’intervento.
 
La checklist clinico-operativa IPTS
 
Il Modello PDP è accompagnato da una checklist clinico-operativa IPTS, pensata come strumento di prevenzione, formazione e responsabilizzazione professionale.
 
La checklist aiuta l’operatore a individuare i fattori di rischio, riconoscere i segnali di deterioramento e verificare gli adempimenti richiesti nelle diverse fasi. Non sostituisce la capacità professionale né trasforma uno scenario complesso in una sequenza automatica, ma offre una base comune per organizzare le decisioni.
 
Lo strumento può essere utilizzato nell’addestramento, nella formazione continua e nella predisposizione dei protocolli interni. La sua funzione è anche probatoria: la tracciabilità delle valutazioni può rendere più chiaro, in sede successiva, il percorso seguito e le ragioni delle scelte operative.
 
Il volume affronta inoltre la scala operativa di pericolosità del soggetto, l’impiego delle manette di sicurezza, la contenzione meccanica, gli strumenti di controllo a distanza e il loro possibile contributo alla riduzione del rischio clinico.
 
Neuroscienze e gestione dello stress operativo
 
Gli interventi coercitivi vengono spesso eseguiti in condizioni di pressione elevata, con informazioni incomplete, tempi ridotti e rischio per l’incolumità degli operatori.
 
Per questa ragione, il testo dedica spazio alle neuroscienze della percezione della minaccia e agli effetti dello stress sulle capacità cognitive e decisionali. In uno scenario critico, l’attenzione può restringersi, la percezione del tempo può alterarsi e la capacità di cogliere segnali secondari può ridursi.
 
Comprendere questi meccanismi non significa attenuare le responsabilità professionali, ma progettare protocolli e percorsi formativi più aderenti al funzionamento reale dell’operatore sotto stress.
 
La standardizzazione delle comunicazioni, la distribuzione chiara dei compiti, le verifiche incrociate e la presenza di checklist possono ridurre il rischio che alcuni elementi clinici o ambientali vengano trascurati.
 
Uno strumento per operatori, dirigenti e formatori
 
“La contenzione fisica controllata nelle attività di polizia” si rivolge agli appartenenti alle Forze di polizia e alle Polizie locali, ma anche a dirigenti, comandanti, istruttori, consulenti forensi e professionisti del diritto.
 
Per gli operatori offre criteri applicabili agli interventi sul campo. Per i responsabili dei servizi propone una base per aggiornare protocolli, formazione e sistemi di supervisione. Per giuristi e consulenti consente di leggere gli eventi critici alla luce delle più recenti acquisizioni medico-legali.
 
Gli autori uniscono esperienze complementari. Cristiano Curti Giardina, fondatore e direttore didattico dell’International Police Training System, è docente e istruttore di tecniche operative e tiro per le Forze di polizia, con formazione giuridica e nel campo della sicurezza. Emanuele Capasso, professore associato di Medicina legale presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, svolge attività scientifica nei settori della medicina legale, delle scienze forensi, della bioetica e della responsabilità sanitaria.
 
Il risultato è un testo che affronta la contenzione non come una mera tecnica di immobilizzazione, ma come un processo operativo, clinico e giuridico da pianificare, monitorare e documentare.
 
Scheda del volume
 
Titolo: La contenzione fisica controllata nelle attività di polizia
Sottotitolo: Gestione del rischio operativo, responsabilità giuridica e protocolli d’intervento – Il Modello PDP
Autori: Cristiano Curti Giardina, Emanuele Capasso
Editore: Maggioli Editore
Pubblicazione: luglio 2026